In risposta a “Navigando fra gli opposti”

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Volevo scrivere un commento in risposta a Massimo Mantellini, sull’articolo in copertina all’ultimo Wired, ma visto che l’ho letto tardi e i commenti sono già chiusi, lo scrivo qui.

Andate a leggere il suo post se non l’avete ancora fatto.

“Però contemporaneamente penso che oggi un giornalismo che si preoccupi costantemente di cosa “sia bene” per i suoi lettori è un giornalismo finito. Da un lato questa aspirazione è stata travolta negli anni dalle pruderie dei giornali desiderosi di piacere a tutti ad ogni costo. E anche quando così non fosse, la residua inclinazione pedagogica della stampa è uscita comunque polverizzata dai nuovi canoni dell’etica comune che, semplicemente ha oggi differenti punti di riferimento rispetto ai poveri giornali.”

Io la penso al contrario. Proprio perchè Wired è carta stampata, perchè il numero mensile è un prodotto finito e organico, mi aspetteri più coerenza, più controllo delle fonti, più qualità e serietà, e un punto di vista che non sia modaiolo.

Se un giornale prende una posizione scomoda, vorrei che lo facesse per il coraggio delle idee (”che cambiano il mondo”, così recita il sottotitolo di Wired), e non per vendere più copie con una copertina ridicola.

Massimo difende un po’ la scelta di Wired, parlando di coesistenza di opposti, “il possibile e l’improbabile”. Anch’io, come ho scritto in precedenza su Wired, sono per la molteplicità dei punti di vista, purchè siano di qualità.

“Dall’altro Internet ci ha ormai abituato ad una consultazione caotica delle fonti, dove si affiancano e si incrociano informazioni di segno opposto, spesso violentemente contraddittorie. Navigare fra gli opposti, fra il possibile e l’improbabile, è uno dei criteri di orientamento che abbiamo imparato in questi anni di nuova informazione.”

Per riprendere l’analogia con Internet, un giornale dovrebbe  almeno fare quello per cui i blogger sono apprezzati: filtrare le cose interessanti dal rumore di fondo, dal resto della spazzatura. Non c’è in questo nessun intento pedagogico. E’ semplicemente il motivo per cui sono interessanti invece che stupidi.

E pubblicare una cosa del genere è tutto sommato anche una piccola ammissione di fiducia nelle capacità di galleggiamento dei propri lettori. Che tipicamente sono assai meno fessi di quanto non ci si aspetti.

Come mi è parso di leggere tra i commenti in rete, il lettore con “capacità di galleggiamento” è quello che è rimasto schifato, e che in alcuni casi ha ammesso “non l’avrei comprato con una copertina del genere, se non fossi abbonato”.

Al contrario, quello strombazzare slogan in prima pagina (“io, genio in sette giorni”), sembra proprio un esca per polli.

Insomma, riguardo a quell’articolo sul Ritalin, non è questione di etica bacchettona. E’ questione di qualità.

In altre parole, come dice Benigni, non c’è altro peccato che la stupidità.



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Social Media Bufala

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Negli ultimi anni, nel campo dei social media e del web 2.0, è nata la moda di creare dei video informativi, infarciti di dati e statistiche, con una grafica accattivante e una musichetta elettronica di sottofondo.

Ed ecco a voi l’ultimo, interessante esempio di questo trend, ripescato da Pandemia.info:

La maggior parte di questi video sono fatti per stupire.  E siccome di solito cantano le nuova rivoluzioni digitali,  noi addetti ai lavori andiamo in brodo di giuggiole.

La verità è che queste informazioni andrebbero prese con le pinze.

Anzitutto per una questione di metodo.

I fatti non sono la realtà

Tendiamo a credere che i fatti rappresentino la realtà in maniera diretta. Per questo dati numerici e statistiche hanno sempre un forte impatto. Non dobbiamo dimenticarci però che i fatti di per se, senza un ‘interpretazione non hanno un significato. Nel passaggio in cui i dati vengono estrapolati da un contesto e ricontestualizzati è facile che qualcosa si perda. Nel caso in cui, come in questi video, si prende una massa di dati da una miriade di fonti di informazione diversa e li si piazza tutti insieme in poco spazio e tempo, è molto alta la possibilità che il senso dei dati cambi, e in sostanza venga piegato all’intenzione dell’editor.

Una bufala: le aziende che usano LinkedIn

Prendo ad esempio un dato che trovate in questo video. Ad un certo punto compare su un monitor la scritta:

80% of companies are using LinkedIn as their primary tool to find employees

Ora, siccome tra poco dovrò darmi da fare per cercare lavoro, questa notizia mi è saltata subito all’occhio. Ma sarà vera?

Per fortuna hanno pubblicato sul loro blog tutte le fonti da cui sono state prese le informazioni, così possiamo andare a controllare.

Ecco la fonte: Jobvite Social Recruitment Survey.

Ed ecco la frase incriminata:

Among those using or planning to use social network sites for recruiting, LinkedIn use grew from 80 percent in 2008 to 95 percent of respondents in 2009

Il testo originale dice che, nel sondaggio effettuato nello studio, nel 2008 l’80% delle aziende che usano o vorrebbero usare (planning to use) i social network sceglie (o sceglierebbe) LinkedIn.

Quell’80% nel video è diventata invece la percentuale (complessiva) di aziende che usano LinkedIn “as their primary tool” (?!) per trovare impiegati.

Smentita la fonte, ci resta il buon senso. Sarebbe come a dire che l’80% degli assunti sono stati contattati su LinkedIn. Ma quando mai?

Nel caso mi sia sbagliato…

Ho l’impressione che l’uso dei social network per trovare dipendenti sia ancora sottoutilizzata. Ma potrei sbagliarmi. Del resto, la settima scorsa per la prima volta mi è capitato di imbattermi in una opportunità di lavoro, proprio su LinkedIn.

Ecco, questo è il mio account LinkedIn. Cerco lavoro come Web Frontend Developer, con sede a Londra.

Attendo felicemente una smentita. ; )



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Sette mesi con Wired Italia

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Sono passati sette mesi da quando ho sventolato entusiasta il primo numero di Wired Italia ad un raduno riminese di twitters. Sette mesi durante i quali ho continuato a leggere e ricevere la rivista, anche se alcune volte ne avrei fatto a meno (ma ormai ero fregato: ho fatto l’abbonamento sulla fiducia).

Il primo numero era in effetti, abbastanza entusiasmante.
Wired Italia: “storie idee e persone che cambiano il mondo”.
La versione italiana dello storico e mitologico Wired USA.

Prima di farmi un giudizio concreto ho aspettato che prendesse forma, e adesso penso di averne un’idea abbastanza chiara.

Un giornale a due velocità

Fondamentalmente, è un giornale che viaggia a due velocità: c’è un Wired stupido e markettaro, e un Wired intelligente e innovativo.

La separazione è facile: più è grande la dimensione del carattere, più ci si avvicina al lato oscuro, e viceversa. Più saturi i colori, più patinata l’informazione  e più siamo nel campo della stupidità.

E infatti la copertina è spesso la parte peggiore. Prendete per esempio il prossimo numero di settembre e il suo articolo-copertina sulle smart-drugs:

wired-settembre

  • copertina: “IO, GENIO IN SETTE GIORNI!” – massimo livello di stupidità – stupidometro 10
  • all’interno, pagina-copertina dell’articolo, carattere gigante: “”IO NON SO CHI STA SCRIVENDO QUESTO PEZZO. SIETE AVVISATI.” – stupidometro 8
  • prima pagina dello stesso articolo, carattere discretamente grande: “Cosa mi sucederà, assumendo il Ritalin? Diventerò super intelligente? Diventerò un mutante?” – stupidometro 8
  • l’articolo in realtà è un pezzo di narrativa simpatico, con tutt’altro tono. certo l’esperimento in se (passare una settimana sotto anfetamine) merita almeno un 6 nello stupidometro
  • la parte interessante viene invece nell’articolo di spalla, un’inchiesta di Margaret Talbot (presumibilmente tradotta dalla versione USA di Wired), al quale non posso dare un grado di stupidità, perchè qui non ce n’è (però ci si può comunque discutere)

Un discorso simile si può fare per il numero di Agosto, dove la copertina recitava “Paul è morto nel 1966″ (riferendosi alla leggenda secondo cui il Paul McCartney di oggi è in realtà un sosia).

Il rock, il pop, e il pop-porno

Si può pensare sia solo un tentativo di usare una parte markettara da esca per altri contenuti più sofisticati. Purtroppo però altri indizi mi fanno pensare che la natura stessa della rivista sia “pop”, piegata alle mode del momento più che al valore delle idee.

Pare che il criterio con cui vengono scelti gli argomenti sia lo stesso che guida la rubrichetta “Wired, Tired, Expired. Sei dentro o sei fuori. Chi è Wired, chi è spompato e chi è defunto”. Cioè, scremiamo tra quello che è trendy, e quello che è passato di moda.

wired-tired-expired

Nell’editoriale di settembre Riccardo Luna (direttore), parlando del TED re-cita da un tweet:

Le idee sono il nuovo rock’n'roll e questa è la nuova Woodstock”.

Capito? Le idee sono rock, come direbbe Celentano.

Colpa mia, che da testardo, continuo a pensare che le idee che ci cambiano non siano drink da bere, ma percorsi difficili che ci portano in nuovi posti.

Certo, Wired non è una rivista che punta sui nudi femminili per far cassa, però non riesco a togliermi dalla testa che dentro ci sia molta (pop) pornografia intellettuale.

Un punto di vista (critico)

Non ho problemi a tollerare la troppa pubblicità (come alcuni hanno detto), le scritte illeggibili o qualche strizzatina d’occhio al trendy e al superficiale (purchè bilanciata da contenuti di valore).

Il difetto che invece sento più fastidioso, è la mancanza di un punto di vista critico. Manca una linea editoriale forte, che separi le boiate dalle cose serie, ma anche una concezione critica e non supina della moda del momento.

Prova ne è l’editoriale, quasi inesistente, che spesso si riduce ad una paginetta a caratteri cubitali (dal sapore di slogan), e prova ne è l’assenza di saggisti (le rubriche presenti sono quasi esclusivamente “di costume”, ad eccezione di Sans papier di Maurizio Ferraris).

Manca lo spazio per il dibattito, per la contrapposizione delle idee, per la messa in discusione.

Nonostante tutto…

Ma nonostante questi miei appunti, non voglio buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Accanto a boiate discutibili ci sono articoli interessanti e veramente unici, che non trovereste da nessun’altra parte.

E poi, per certi aspetti, in questi sette mesi ci sono stati dei progressi.

Ad esempio l’integrazione con Internet, si è presa lo spazio che ci si aspettava.

Insomma, anche se non è quella cosa mitologica di cui si favoleggia, sperando che migliori, Wired Italia resta una rivista che consiglio, e a cui non mi pento di essermi iscritto.

update: dopo che Riccardo Luna ha tweettato un link a questo articolo si sono aggiunti dei commenti interessanti. vi consiglio di darci una letta



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Una lettera dalla California

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E’ arrivata per posta la conferma della certificazione! E’ la prima volta che ricevo posta da “Cupertino, California”…

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Comunicazione aziendale in Facebook

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..e anche la conferenza è andata! Ragazzi, è stato molto più duro del previsto! Sia la preparazione, sia l’esecuzione. Parlare per due ore e mezza di argomenti non proprio semplici è stato… una bella sfida! Peccato che non siamo riusciti a raccogliere molto pubblico…

Di tutte le cose che ci siamo detti, ho pensato di postare qui sul blog una presentazione di Vincenzo Cosenza molto interessante:



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